Insultare su Facebook è reato. Ecco la sentenza della Cassazione

La  Corte di Cassazione l’ha detto più volte: insultare su Facebook è reato di diffamazione.

Molti sono convinti che Facebook e gli altri social network siano come casa nostra, in cui tutto quello che diciamo rimane al chiuso e privato. In realtà è vero il contrario, tutto quello che scriviamo è pubblico, quindi anche insultare su Facebook può essere reato, così come se scendessimo per strada e iniziassimo ad insultare le persone a destra e manca. Una denuncia per diffamazione non ce la toglierebbe nessuno.

La Corte di Cassazione: insultare su Facebook è reato
L’ultima sentenza della Suprema Corte è di qualche mese fa, ma non è una novità, sono circa due anni che le pronunce della Cassazione vanno nella direzione di allargare anche alla piazza virtuale dei social la fattispecie degli articoli 594 e 595 del codice penale, ovvero ingiuria e diffamazione.

Nelle diverse sentenze della Corte si è esplicitato che poco importa che l’insulto sia stato leggibile a poche persone (perché magari il profilo privato) o che non sia esplicitamente scritto il nome della persona a cui è rivolto l’insulto. Secondo i giudizi di Cassazione basta che ci sia il dolo generico, cioè l’intenzione, di offendere la persona, che quell’offesa sia leggibile anche da due sole persone e che queste possano identificare il bersaglio delle accuse per configurare il reato di diffamazione.

Nell’ultima sentenza la Corte ha condannato per diffamazione aggravata alla multa di 1500 euro un componente della Croce Rossa che in una serie di post del 2010 aveva offeso  l’allora Commissario Straordinario dell’ente. Nella sentenza la Cassazione, oltre a ribadire che si era travalicato il diritto di critica e che è sufficiente che l’insulto sia potenzialmente idoneo a raggiungere un vasto pubblico per configurarsi il reato, ha posto particolare attenzione proprio alla natura di Facebook.

Facebook, una piazza virtuale
Secondo i giudici, il social network è un mezzo che integra e favorisce le normali relazioni interpersonali e che quindi quanto avviene all’interno della piattaforma non può essere considerato come separato e diverso dalla normale condotta di vita. La Corte ha voluto, quindi, sottolineare che Facebook, ma al di là del caso di specie la si può estendere a tutti i social, è una vera e propria piazza virtuale, soggetta a tutte le regole, legali e informali, che scandiscono la convivenza civile.

A vedere quel che normalmente si legge su Facebook, specie tra i commenti a notizie o nelle pagine di persone famose o politici, sembra che la Corte non abbia distolto nessuno dal continuare ad insultare sul social di Mark Zuckerberg .

Quello delle offese in rete è un grave problema che non coinvolge solo la legge, che insultare su Facebook fosse reato era intuitivo, ma anche la psicologia e la sociologia. Non a caso si è sviluppata un’intera branca di studi, sul cosiddetto cyberbullismo, che mettono a fuoco i rischi che gli insulti e le vessazioni, pubblici e visibili a tutti, comportano per le vittime e per quali processi mentali molti perdono su internet i propri freni inibitori, portandoli a dileggiare e insultare senza limiti.

La Cassazione ci ha ricordato che insultare su Facebook è reato e questo può portare ad una pena di qualche migliaio di euro ma per fermare il cyberbullismo, in tutte le sue accezioni, basterà il rischio di una pena pecuniaria?